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venerdì 31 marzo 2017

Il battito d'ali reinventato dalla zanzara / The beating of wings reinvented by the mosquito

Il battito d'ali reinventato dalla zanzaraThe beating of wings reinvented by the mosquito.



Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Joseph Cotellessa


Modellizzazione al computer della zanzara della specie Culex quinquefasciatus: in verde sono visualizzati i vortici lungo il bodo di uscita dell'ala che producono una pressione molto bassa sul dorso dell'ala (in blu)(Credit: Bomphrey/Nakata/Phillips/Walker)

Computer modeling of the Culex quinquefasciatus mosquito species: in green are displayed vortices along the wing bodo of output they produce a very low pressure on the top of the wing (in blue)

Una complessa modellizzazione al computer dei flussi d'aria mossi durante il volo ha dimostrato che per sostenersi in aria le zanzare usano fenomeni aerodinamici peculiari che non hanno paragoni nel mondo degli insetti, sfruttando anche la rotazione dell'ala e recuperando parte dell'energia dispersa nel battito d'ala precedente.

Un piccolo capolavoro d'ingegneria aeronautica: potrebbe essere descritto così l'apparato di volo della zanzara comune stando ai risultati di un nuovo studio pubblicato su “Nature” da Richard Bomphrey e colleghi.

Grazie a una serie di tecnologie video per la cattura del movimento, i ricercatori sono riusciti infatti a modellizzare il battito d'ali e a capire come generano portanza, in un modo assolutamente peculiare.

Alcune ricerche condotte in passato avevano già rilevato nella zanzara caratteristiche fuori dal comune. Le sue ali lunghe e sottili  battono a una frequenza elevatissima: circa 800 colpi al secondo, vale a dire quattro volte più rapidamente rispetto a insetti di dimensioni paragonabili. E nel loro movimento “spazzano” un angolo di soli 40 gradi, cioè meno della metà rispetto all'ape.

Quanto basta per far nascere nella mente degli entomologi molti dubbi su come possano effettivamente stare in aria questi insetti, perché la loro tecnica di volo sembra distante da quella di tutti gli altri.


Ma per capire qualcosa di più del volo della zanzara bisogna sapere qualche nozione di base di aerodinamica. La prima riguarda la portanza, cioè la spinta verso l'alto che sostiene nel volo. A generarla sono i flussi d'aria sul profilo alare: se fende l'aria sotto un angolo opportuno, chiamato angolo d'attacco, sulla superficie superiore dell'ala si crea una depressione, mentre su quella inferiore una pressione. L'interazione tra le due determina una spinta diretta grosso modo verso l'alto, che è quella che sostiene nel volo.

Questo è ciò che succede nel caso dell'ala fissa, come quella dei velivoli. Nel caso dell'ala battente, come quella di tutti gli animali che volano, la faccenda si complica.


Nel caso degli insetti, studi sperimentali e modelli teorici degli ultimi decenni sono riusciti a stabilire che tutte le specie, dai moscerini della frutta ai lepidotteri, sfruttano due particolari effetti aerodinamici per migliorare la spinta durante la traslazione, cioè il principale movimento dell'ala. Entrambi sono dovuto alla formazione di vortici: uno in corrispondenza del bordo di attacco, e il secondo in corrispondenza del bordo di uscita. La differenza di pressione generata da questi due processi aumenta la portanza.

Ora, il problema è che nel caso della zanzara la traslazione è molto breve, ed è quindi improbabile che possa sfruttare a fondo questi due meccanismi. Inoltre, l'ala compie anche un movimento rotatorio, ed è quindi probabile che entrino in gioco ulteriori fenomeni aerodinamici.

Per verificarlo, Bomphrey e colleghi hanno usato otto videocamere con otturatori ad alta velocità per raccogliere immagini a 10.000 fotogrammi al secondo del battito d'ali di alcuni esemplari della specie Culex quinquefasciatus, una zanzara diffusa nelle zone tropicali e subtropicali, e hanno poi analizzato le immagini ottenute, modellizzando i flussi d'aria coinvolti in tre dimensioni.

Dalle simulazioni al computer, gli autori hanno identificato altri due meccanismi grazie ai quali viene generata la portanza nelle ali di zanzara: il trascinamento rotazionale e la cattura della scia.





Un'altra immagine dei vortici (in rosso) che si creano lungo i bordi di uscita delle ali della zanzara (Credit: Bomphrey/Nakata/Phillips/Walker)
Another image of the vortices (in red) that are created along the trailing edges of the wings of the mosquito

ll primo meccanismo si deve al fatto che l'ala inizia a ruotare intorno al bordo d'attacco di un colpo dl'ala traslazionale in avanti, spingendo l'aria verso il basso. Viene così generata una pressione negativa sul dorso dell'ala, e quindi una spinta verso l'alto. Il secondo meccanismo invece si basa sul fatto che, alla fine di ogni traslazione, il bordo di uscita dell'ala incontra la scia dell'aria mossa nel colpo d'ala precedente. Il movimento rispetto all'aria genera così un vortice di bordo di uscita, che ha al suo centro una regione di pressione fortemente negativa che aumenta la portanza durante l'inversione del battito d'ala.

In sintesi, i dati indicano che la peculiare dinamica del battito d'ala della zanzara fa sì che per brevi periodi il peso dell'insetto sia supportato dal movimento di rotazione dell'ala. Grazie alla cattura della scia, inoltre, l'insetto guadagna portanza extra recuperando parte dell'energia persa nel precedente colpo d'ala.

Lette le conclusioni dello studio, s'impone una domanda: perché la zanzara ha evoluto una dinamica di volo così complessa rispetto a quello degli altri insetti? Gli autori non possono che avanzare un'ipotesi speculativa: il maggiore sforzo richiesto per un battito d'ali così frequente potrebbe essere compensato da altri vantaggi adattativi, probabilmente nell'ambito della comunicazione acustica.


ENGLISH

A complex computer modeling airflow moved during the flight showed that to sustain itself in the air mosquitoes use specific aerodynamic phenomena that are unmatched in the world of insects, also exploiting the wing rotation and recovering part of dispersed energy in the previous flapping.

A small masterpiece of aeronautical engineering: it could be described as the flight apparatus of the common mosquito according to the results of a new study published in "Nature" by Richard Bomphrey and colleagues.

Thanks to a series of video technologies for motion capture, the researchers were able to model the fact flutter and figure out how to generate lift, in a most peculiar way.

Research conducted in the past had already been detected in the mosquito characteristics out of the ordinary. His long, thin wings beating at a very high rate: about 800 shots per second, which is four times faster than insects of comparable size. And in their movement "sweep" an angle of only 40 degrees, which is less than half of the bee.

Just enough to give birth in the minds of entomologists many doubts about how they can actually stay in the air these insects, because their flight technique seems distant from that of all others.

But to understand something more of the mosquito flight you have to know a few basic notions of aerodynamics. The first concerns the lift, ie, the upward thrust that sustains in flight. To generate it are the airflows on the airfoil: if cleaves the air under a suitable angle, called the angle of attack, on the upper surface of the wing creates a depression, while on the lower pressure. The interaction between the two determines a thrust directed roughly upwards, that is the one that supports in flight.

This is what happens if fixed wing, like that of the aircraft. In the case of the wing swing, like that of all the animals that fly, the matter is complicated.

In the case of insects, experimental studies and theoretical models of the last decades they have been able to establish that all species, from fruit flies to lepidopteran, exploiting two particular aerodynamic effects to improve the thrust during travel, ie the main wing movement. Both are due to the formation of vortices: one in correspondence with the edge of attack, and the second in correspondence with the trailing edge. The pressure difference generated by these two processes increases the lift.

Now, the problem is that in the case of mosquito the translational motion is very short, and is therefore unlikely to take full advantage of these two mechanisms. In addition, the wing also performs a rotational movement, and is therefore likely to come into play more aerodynamic phenomena.

To verify this, Bomphrey and colleagues have used eight cameras with high-speed shutters to collect images at 10,000 frames per second of the beating of wings of some specimens of Culex quinquefasciatus species, a mosquito widespread in tropical and subtropical areas, and then analyzed the images obtained, by modeling the flows of air involved in three dimensions.


From the computer simulations, the authors have identified two other mechanisms by which the lift force is generated in the mosquito wings: the rotational entrainment and the capture of the wake.


The first mechanism is due to the fact that the wing starts to rotate around the leading edge of a blow dl'ala translational forward, pushing the air downwards. This generates a negative pressure on the top of the wing, and therefore an upward thrust. The second mechanism is based instead on the fact that, at the end of each traverse, the trailing edge of the air meets the wake move in the shot of the previous wing. The movement in respect of air so generates a trailing edge vortex, which has at its center a strongly negative pressure region which increases the lift during the inversion of the flapping.

In summary, the data indicate that the peculiar dynamics of the flapping of the mosquito causes for short periods the insect's weight is supported by the rotational movement of the wing. Thanks to the capture of the wake, also the insect gains extra lift recovering some of the energy lost in the previous wing beat.


Having read the conclusions of the study, it sits a question: why the mosquito has evolved a complex flight dynamics as compared to that of other insects? Authors can only advance a speculative hypothesis: the increased effort required for the beating of wings so common could be offset by other adaptive advantages, probably in the context of acoustic communication.


Da:

http://www.lescienze.it/news/2017/03/29/news/aerodinamica_ali_zanzara-3474139/

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giovedì 30 marzo 2017

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TeloView Technology to Identify Presence and Severity of Alzheimer’s from Cheek Swab / Tecnologia di TeloView per identificare la presenza e la gravità della malattia di Alzheimer da Tampone sulle Guance.

TeloView Technology to Identify Presence and Severity of Alzheimer’s from Cheek Swab / Tecnologia di TeloView per identificare la presenza e la gravità della malattia di Alzheimer da Tampone sulle Guance.




Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Joseph Cotellessa.





3D Signatures, a company based in Manitoba, Canada, have developed the TeloView system, a software platform that can analyze telomere patterns in cells to diagnose disease. The company recently announced the results of a clinical study, due for publication in the Journal of Alzheimer’s Disease, in which the software could reportedly identify Alzheimer’s disease and predict if the disease was mild, moderate, or severe, based on analyzing a cheek swab sample from patients.
Telomeres are structures that protect the end of our chromosomes. 3D Signatures have researched the 3D arrangement of telomeres in healthy and diseased cells, with a view to developing diagnostic technologies. They have investigated telomere arrangements in a variety of cancers and in Alzheimer’s disease.
The study involved taking cheek swabs from 44 healthy volunteers and 44 patients with Alzheimer’s disease. The technology could distinguish between the healthy and Alzheimer’s samples and classify the disease severity of the of those with the affliction. A cheek swab is a non-invasive method to obtain a diagnosis. This is important, as currently Alzheimer’s disease can be difficult to diagnose specifically.
3D Signatures co-founder Dr. Sabine Mai, made the following statement, “Current diagnostic methods are not highly specific. In addition, Alzheimer’s disease is only confirmed postmortem pathologically. There is a significant need for an accurate, non-invasive biomarker that can diagnose Alzheimer’s disease and indicate disease progression, and we believe TeloView has the potential to answer that important call.”
See how the technology works below:




ITALIANO


3D Signatures, una società con sede in Manitoba, in Canada, ha messo a punto il sistema TeloView, una piattaforma software in grado di analizzare i modelli dei telomeri nelle cellule per diagnosticare la malattia. La società ha recentemente annunciato i risultati di uno studio clinico, per la pubblicazione sul Journal of Alzheimer, in cui il software potrebbe  identificare la malattia di Alzheimer e è in grado di prevedere se la malattia sia lieve, moderata o grave, sulla base di analisi di un campione prelevato da un tampone sulla guancia  dei pazienti.
I telomeri sono strutture che proteggono la fine dei nostri cromosomi. 3D Signatures ha studiato la disposizione in 3D dei telomeri nelle cellule sane e malate, con l'obiettivo di sviluppare tecnologie diagnostiche. Essi hanno studiato le modalità dei telomeri in una varietà di tumori e nella malattia di Alzheimer.
Lo studio ha coinvolto prendendo tamponi dalla guancia da 44 volontari sani e 44 pazienti con malattia di Alzheimer. La tecnologia potrebbe distinguere tra i campioni sani e di Alzheimer e classificare la gravità della malattia dei pazienti malati. Un tampone sulla guancia è un metodo non invasivo per ottenere una diagnosi. Questo è importante, in quanto attualmente il morbo di Alzheimer può essere difficile da diagnosticare in modo specifico.
Il co-fondatore di Signatures 3D Dr. Sabine Mai, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “metodi diagnostici attuali non sono altamente specifici. Inoltre, la malattia di Alzheimer è confermata solo post-mortem patologicamente. C'è un forte bisogno di un accurato biomarcatore non invasivo in grado di diagnosticare la malattia di Alzheimer e indicare la progressione della malattia, e crediamo che TeloView ha il potenziale per rispondere a questo importante quesito “.

Da:

http://www.medgadget.com/2017/03/teloview-technology-to-identify-presence-and-severity-of-alzheimers-from-cheek-swab.html

Scientists Identify Cause of Scar Formation Around Implants / Scienziati individuano la Causa della Formazione di Cicatrici intorno agli impianti.


Scientists Identify Cause of Scar Formation Around ImplantsScienziati individuano la Causa della Formazione di Cicatrici intorno agli impianti.


Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Joseph Cotellessa



Image: The immune system often builds up a wall of dense scar tissue around implanted medical devices, a process known as fibrosis. The cell shown in blue represents a macrophage that has been blocked from initiating fibrosis. 

Il sistema immunitario spesso costruisce un muro di denso tessuto cicatriziale intorno ai dispositivi medici impiantati, un processo noto come fibrosi. La cella mostrata in blu rappresenta un macrofago che è stato bloccato in fase di avviamento della  fibrosi.

Implanted medical devices often arise the body’s immune system, which motivates the formation of scar tissue (fibrosis) around the intruder, causing serious issues for the patients whose implants are rejected. Immunosuppressants are often used to prevent this reaction, but they end up compromising the patient in other ways.
Scientists from MIT and Boston Children’s Hospital have now identified a molecule, called colony stimulating factor-1 receptor (CSF1R), which is involved in chemical signaling that leads to scar formation around rejected objects. Inhibiting the activity of this molecule in rodents and non-human primates led to their bodies no longer forming scar tissue around commonly used implantable materials such as ceramics, polymers, and hydrogels. Moreover, the activity of white blood cells to do things like producing reactive oxygen species, wound healing, and killing bacteria through ingestion is not compromised following inhibition of CSF1R.
Hopefully this research will lead to a practical and routine way of suppressing scar formation in implants made from a variety of materials. It may lead to devices currently only used externally, such as glucose sensors, to one day reside within the body for years at a time.


ITALIANO

Le apparecchiature mediche impiantate spesso attivano il sistema immunitario del corpo, che provoca la formazione di tessuto cicatriziale (fibrosi) intorno l'intruso, causando seri problemi per i pazienti i cui impianti sono considerati degli intrusi. Gli immunosoppressori sono spesso utilizzati per prevenire questa reazione, ma finiscono per compromettere il paziente in altri modi.
Scienziati del MIT e dell'ospedale pediatrico di Boston hanno ora identificato una molecola, denominata fattore stimolante le colonie-1 recettore (CSF1R), che è coinvolta nella segnalazione chimica che porta alla formazione di cicatrici intorno a oggetti attaccati dal sistema immunitario. Inibire l'attività di questa molecola nei roditori e primati non umani ha portato nei loro corpi la formazione di  tessuto non cicatriziale intorno ai materiali impiantabili comunemente utilizzati come ceramiche, polimeri e idrogel. Inoltre, l'attività delle cellule bianche del sangue per svolgere la oro attività  come la produzione di specie reattive dell'ossigeno, la guarigione della ferita, e uccidere i batteri attraverso l'ingestione non viene compromessa seguendo inibizione della CSF1R.
Speriamo che questa ricerca porterà ad un modo pratico e di routine di sopprimere la formazione della cicatrice in impianti realizzati da una varietà di materiali. Può portare a dispositivi attualmente utilizzati solo esternamente, come sensori di glucosio, ma un giorno potrebbe risiedere all'interno del corpo per anni.


Da.

http://www.medgadget.com/2017/03/scientists-identify-cause-scar-formation-around-implants.html

Scientists Use Plants and Stem Cells to Grow Human Tissues / Gli scienziati utilizzano le Piante e le Cellule Staminali per far crescere i Tessuti Umani.


Scientists Use Plants and Stem Cells to Grow Human TissuesGli scienziati utilizzano le Piante e le Cellule Staminali per far crescere i Tessuti Umani.


Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Joseph Cotellessa






Growing replacement tissues in the lab is currently assumed to require having a scaffolding system into which cells can be introduced. Synthetic scaffolds and decellularized animal tissues have been tried in the past, with varying levels of success, but using plants may turn out to be a better option. Plants offer a great variety of structures, which can be selected to match their use in specific applications, and already present a number of beneficial characteristics such as low density, porosity, and a high surface area.
At the University of Wisconsin – Madison, researchers have been seeding decellularized tissues gathered from plants, including orchids and lilac, with human cells. The investigators first remove all cellular content from a piece of plant and then chemically treat it so that living human stem cells can survive within the empty scaffold. The stem cells naturally orient themselves to fit the grain of the original plant’s structure and make it their home, differentiating into a target type and growing to fill the scaffold. Different orientations of the plant’s interior structure leads to different results, so finding a plant that works well for a certain application is key.
So far the researchers have been able to keep cells living within the plant derived structures, but trying these tissues in animals is yet to be tried. There’s high hope that they will work and are expected not to be rejected.





ITALIANO

La sostituzione di tessuti in crescita nel laboratorio  presume al momento di avere un sistema di ponteggio in cui posaono essere introdotte le cellule. Impalcature sintetiche e tessuti animali decellularizzati sono stati provati nel passato, con diversi livelli di successo, ma utilizzando che piante possono rivelarsi un'opzione migliore. Le piante offrono una grande varietà di strutture, che possono essere selezionate per abbinare il loro uso in applicazioni specifiche, e già presentano una serie di caratteristiche vantaggiose quali bassa densità, porosità, ed elevata area superficiale.
Presso l'Università del Wisconsin - Madison, i ricercatori hanno utilizzato tessuti decellularizzati raccolti da piante, tra cui orchidee e lilla, con le cellule umane. Gli investigatori per primo hanno rimosso tutto il contenuto cellulare da un pezzo di pianta e poi hanno chimicamente trattano in modo che le cellule staminali umane possano sopravvivere all'interno della impalcatura vuota. Le cellule staminali, naturalmente, si orientano per adattarsi  alla grana della struttura della pianta originale e diventare la loro casa, differenziarsi in un tipo di cellula e svilupparsi in crescita per riempire l'impalcatura. Diversi orientamenti della struttura interna della pianta portano a risultati diversi, in modo da trovare un impianto che funziona bene per una certa applicazione è l'obiettivo da raggiungere.
Finora i ricercatori sono stati in grado di mantenere le cellule viventi all'interno delle strutture di origine vegetale, ma esiste la possibilità di provare a far crescere questi tessuti in animali. C'è alta speranza che lavoreranno bene e si prevede di conseguire il successo.

Da:
http://www.medgadget.com/2017/03/scientists-use-plants-stem-cells-grow-human-tissues.html

High Resolution Mass Spectroscopy for Visualizing Cholesterol on Cells / Spettroscopia di Massa ad Alta Risoluzione per la Visualizzazione del Colesterolo nelle Cellule.


High Resolution Mass Spectroscopy for Visualizing Cholesterol on Cells /  Spettroscopia di Massa ad Alta Risoluzione per la Visualizzazione del Colesterolo nelle Cellule.



Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Joseph Cotellessa








Collaborators from University of California Los Angeles and the University of Western Australia have developed a technique for seeing where cholesterol is present on cells and tissues. Using this approach, scientists will be able to better understand the role of cholesterol and how the body manages it, hopefully leading to new therapies for preventing and treating cardiovascular diseases.
The technique, known as nanoscale secondary ion mass spectrometry, or NanoSIMS, allows research to see so called “accessible cholesterol,” or cholesterol in the plasma membrane. This cholesterol makes contact and reacts with cholesterol-binding proteins, whereas there’s another “inaccessible cholesterol” that remains trapped within the plasma membrane and doesn’t bind to said proteins.
The study, published in Proceedings of the National Academy of Sciences, describes how the scientists tagged the cholesterol-binding proteins with non-radioactive isotopes. These isotopes, thanks to extra neutrons in the nucleus, have a different weight than the majority of natural elements of that kind. Using high-resolution mass spectrometry, the researchers are able to spot the different weights of the tissue, pointing to where the tagged proteins are located.

ITALIANO

Collaboratori dell' University of California Los Angeles e dell'University of Western Australia hanno sviluppato una tecnica per vedere dove il colesterolo sia presente in cellule e tessuti. Usando questo approccio, gli scienziati saranno in grado di comprendere meglio il ruolo del colesterolo e come il corpo lo gestisce, si spera portando a nuove terapie per la prevenzione e la cura delle malattie cardiovascolari.
La tecnica, nota come  spettrometria di massa di ioni secondari su nanoscala, o NanoSIMS, permette la ricerca per vedere il cosiddetto “colesterolo accessibile”, o colesterolo nella membrana plasmatica. Questo colesterolo entra in contatto e reagisce con le proteine ​​vincolante il colesterolo , mentre c'è un altro “colesterolo inaccessibile” che rimane intrappolato all'interno della membrana plasmatica e non si lega a dette proteine.
Lo studio, pubblicato nel Proceedings of the National Academy of Sciences, descrive come gli scienziati abbiano evidenziato le proteine ​​vincolante del colesterolo con isotopi non radioattivi. Questi isotopi, grazie a neutroni supplementari nel nucleo, hanno un peso diverso rispetto alla maggior parte degli elementi naturali di questo tipo. Utilizzando la spettrometria di massa ad alta risoluzione, i ricercatori sono in grado di individuare i diversi pesi del tessuto, indicando dove si trovano le proteine ​​che incorporano il colesterolo.

Da:

http://www.medgadget.com/2017/03/high-resolution-mass-spectroscopy-visualizing-cholesterol-cells.html

mercoledì 29 marzo 2017

Come produrre sangue artificiale per gruppi rari / How to produce artificial blood for rare groups.

Come produrre sangue artificiale per gruppi rariHow to produce artificial blood for rare groups.


Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Joseph Cotellessa






Alcuni ricercatori hanno prodotto una linea cellulare che rende molto più efficiente la produzione di globuli rossi, e quindi di sangue artificiale. Ecco come.
Con l’aumento della domanda mondiale di sangue per le trasfusioni, sono cresciuti anche l’interesse e lo sforzo per produrre globuli rossiin vitro. Fino a oggi i metodi messi a punto per creare sangue artificiale però erano in grado di produrre solo pochi globuli rossi maturi e richiedevano comunque donazioni ripetute. Oggi invece arriva la notizia che un gruppo di scienziati dell’Università di Bristol e dell’NHS Blood and Transplant è riuscito a produrre globuli rossi su larga scala e più efficientemente di quanto fosse mai stato possibile in precedenza.
“È un grande traguardo – ha dichiarato David Anstee, uno dei principali autori della ricerca – il metodo potrebbe portare, se testato con successo in studi clinici, a una fonte sicura di sangue artificiale utilizzabile per le trasfusioni per persone con gruppi sanguigni rari o in aree del mondo dove le forniture di sangue sono inadeguate o non sicure”.
Per produrre sangue artificiale è necessario partire da cellule staminali in grado di differenziarsi lungo la linea eritroide, quella cioè da cui derivano gli eritrociti (globuli rossi). Il processo di differenziazione non solo è abbastanza lungo e complesso ma, alla fine, produce un numero limitato di globuli rossi. Da qui nasce l’idea dei ricercatori di Bristol, pubblicata su Nature Communication: generare una linea cellulare permanente, che rimanga cioè stabilmente differenziata in cellule eritroidi, ribattezzata Bristol Erythroid Line Adult (BEL-A). Una riserva sempre disponibile da cui ottenere le cellule di interesse.
Le cellule BEL-A riescono infatti a effettuare correttamente tutta l’eritropoiesi, il processo che porta alla produzione dei globuli rossi. In particolare sono in grado di generare reticolociti maturi, ossia elementi di transizione tra gli eritroblasti nucleati e i globuli rossi, corpuscoli normalmente presenti sia nel midollo osseo che nel sangue periferico. Test preliminari hanno anche dimostrato che i globuli rossi prodotti dalle BEL-A hanno un tasso di sopravvivenza simile a quello dei globuli rossi provenienti da donatori.
Come sottolineano gli stessi ricercatori, i risultati fanno ben sperare anche per il trattamento dei malati di talassemia, che possono aver bisogno di trasfusioni ricorrenti di sangue. Nonostante gli incoraggianti risultati comunque, almeno per ora, le donazioni di sangue continueranno a essere fondamentali in tutti gli altri paesi, concludono gli esperti.
ENGLISH
Some researchers have produced a cell line which makes it much more efficient the production of red blood cells, and then the artificial blood. That's how.

With increasing global demand for blood for transfusions, also they increased the interest and effort to produce vitro rossiin blood cells. Until now, the methods developed to create artificial blood, however, were able to produce only a few mature red blood cells and in any case require repeated donations. But today comes the news that a group of scientists from the University of Bristol and NHS Blood and Transplant has managed to produce red blood cells on a large scale and more efficiently than it had ever been possible before.

"It is a great achievement - said David Anstee, one of the main authors of the research - the method could lead, if successfully tested in clinical trials, is a secure source of artificial blood used for transfusions for people with rare blood groups or areas of the world where blood supplies are inadequate or unsafe. "

To produce artificial blood is necessary from stem cells capable of differentiating along the erythroid lineage, namely that from which they derive the erythrocytes (red blood cells). The process of differentiation is not only quite long and complex, but in the end, produces a limited number of red blood cells. Hence the idea of ​​the researchers of Bristol, published in Nature Communications: create a permanent cell line, that is, to remain permanently in differentiated erythroid cells, renamed Bristol Erythroid Adult Line (BEL-A). A reservation always available from which to obtain the cells of interest.

The cells BEL-A in fact able to carry out properly the entire erythropoiesis, the process that leads to the production of red blood cells. In particular they are able to generate mature reticulocytes, namely transition elements between the nucleated red blood cells and erythroblasts, corpuscles normally present in bone marrow and in peripheral blood. Preliminary tests have also shown that red blood cells produced by BEL-A have a survival rate similar to that of red blood cells from donors.

As the researchers themselves point out, the results also bode well for the treatment of thalassemia patients, who may need to recurrent blood transfusions. Despite the encouraging results, however, at least for now, the blood donation campaign will continue to be fundamental in all other countries, the experts conclude.
Da:
http://www.galileonet.it/2017/03/produrre-sangue-artificiale-gruppi-rari/?utm_campaign=Newsatme&utm_content=Come%2Bprodurre%2Bsangue%2Bartificiale%2Bper%2Bgruppi%2Brari&utm_medium=news%40me&utm_source=mail%2Balert

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Plasma vortex generators could cut lorry fuel costs / I Generatori di Vortice di Plasma possono ridurre i costi del carburante del camion.


Plasma vortex generators could cut lorry fuel costs /  I Generatori di Vortice di Plasma possono ridurre i costi del carburante del camion.


Dott. Giuseppe Cotellessa / Dott. Joseph Cotellessa






Tests show that plasma vortex generators could reduce fuel 
consumption by five per cent. / I test dimostrano
che i generatori di vortice di plasma possono ridurre il consumo
 di carburante del cinque per cento.


Engineers in Sweden hope to improve the efficiency of trucks by using a novel electronic vortex generator to reduce drag.

Vortex generators are already widely used in the aerospace industry to enhance lift at takeoff and landing.
Typically mounted on the upper side of a wing these mechanical devices – which resemble small fins – operate on a basic aerodynamic principle: if you reduce the separation of the airflow on the leeward side of an airfoil, you can enhance the lift and at the same time reduce the drag.
Now, researchers at Sweden’s KTH Royal Institute of Technology in Sweden hope to exploit the same phenomenon on lorries, and have developed technology that they claim could reduce fuel consumption by up to five per cent.
Intriguingly, unlike conventional vortex generators, the KTH system, which has been developed in collaboration with truck manufacturer Scania, is entirely electronic.
The system uses plasma actuators to apply a high voltage between two electrodes. Surrounding air molecules become ionized and accelerate through the electric field – which results in wind.
Normally, when wind hits a truck at an angle, friction deprives the air of the energy it needs to push all the way around the opposite side of the truck.
As it moves around the corner towards the leeward side of the vehicle, the air in the boundary layer slows down and cannot follow the surface any longer. This separation of the flow forms a bubble filled with eddies and swirls of air.
A vortex generator placed at the front corner slices through the boundary layer right at its head, creating a spiral of air that mixes high velocity air into the boundary layer. This injection of high velocity air towards the surface keeps the air from separating and makes it follow the surface, thereby lowering the drag.
Commenting on the project KTH researcher Julie Vernet said: “Our ultimate goal is to reduce the flow separation that occurs on the front corners of the truck. By adding momentum close to the surface, the size of the separated region is reduced.”

ITALIANO

Gli ingegneri in Svezia sperano di migliorare l'efficienza dei camion utilizzando un romanzo generatore di vortice elettronico per ridurre la resistenza.
I generatori di vortice sono già ampiamente utilizzati nell'industria aerospaziale per migliorare la portanza durante il decollo e l'atterraggio.
Generalmente montati sul lato superiore di un'ala questi dispositivi meccanici - che assomigliano a piccole pinne - operano su un principio aerodinamico di base: se si riduce la separazione del flusso d'aria sul lato sottovento di un profilo aerodinamico, è possibile migliorare l'ascensore e allo stesso tempo ridurre la resistenza.
Ora, i ricercatori del KTH Istituto reale svedese di tecnologia in Svezia sperano di sfruttare lo stesso fenomeno su camion, e hanno sviluppato la tecnologia che essi sostengono che  potrebbe ridurre il consumo di carburante fino al cinque per cento.
Curiosamente, a differenza di generatori di vortice convenzionali, il sistema KTH, che è stato sviluppato in collaborazione con il produttore di autocarri Scania, è interamente elettronico.
Il sistema utilizza attuatori di plasma per applicare una tensione elevata tra due elettrodi. Le circostanti molecole d'aria diventano ionizzate e accelerano attraverso il campo elettrico - che si traduce in vento.
Normalmente, quando il vento colpisce un camion ad angolo, l'attrito priva l'aria della energia necessaria per spingere tutto intorno al lato opposto del carrello.
Mentre si sposta lungo l'angolo verso il lato sottovento del veicolo, l'aria nello strato limite rallenta e non possono seguire più la superficie. Questa separazione del flusso forma una bolla riempita con vortici e volute di aria.
Un generatore di vortice posti agli angoloianteriori attraverso lo strato limite destro alla testa, creando una spirale di aria, mescola aria ad alta velocità nello strato limite. Questa iniezione di aria ad alta velocità verso la superficie mantiene l'aria da separare e rende possibile seguire la superficie, riducendo così la resistenza.
Commentando il progetto KTH, il ricercatore Julie Vernet, ha dichiarato: “Il nostro obiettivo finale è quello di ridurre la separazione del flusso che si verifica sugli angoli anteriori del camion. Aggiungendo lo slancio vicino alla superficie, la dimensione della regione separata viene ridotta.”


Da.

https://www.theengineer.co.uk/plasma-vortex-generators-could-cut-lorry-fuel-costs/?cmpid=tenews_3247728

LA PROVA FONDAMENTALE DELL'ESISTENZA DELLA FORZA ROTAZIONALE INDOTTA INTUITA DAL DOTT. GIUSEPPE COTELLESSA E' CHE TUTTE LE PARTICELLE ELEMENTARI HANNO UNO SPIN.

LA PROVA FONDAMENTALE DELL'ESISTENZA DELLA FORZA ROTAZIONALE INDOTTA INTUITA DAL DOTT. GIUSEPPE COTELLESSA E' CHE TUTTE LE PARTICELLE ELEMENTARI HANNO UNO SPIN. TALE TEORIA SUPERA I LIMITI DELLA FISICA DI NEWTON E DI QUELLA DI EINSTEIN.

Dott. Giuseppe Cotellessa


Padre e Madre della serie Famiglia Spin (2009) dello scultore ed ex fisicoJulian Voss-Andreae. I due oggetti raffigurati illustrano le geometrie di un oggetto con spin 5/2 (il “maschio” blu sulla sinistra) e di un oggetto con spin 2 (la “femmina” rosa sulla destra). La Famiglia Spin, in mostra nell'esposizione d'arte "Quantum Objects", paragona in modo scherzoso i fermioni al genere maschile e i bosoni al genere femminile, immaginando i primi oggetti con spin ½, 1, 3/2, 2 e 5/2 come una famiglia di cinque persone.

Gli oggetti del mondo macroscopico possono acquisire una velocità di traslazione senza contemporaneamente ruotare.

Quest'esperienza ha indotto Newton ad enunciare la legge della forza definita come f =ma.

Tuttavia altre esperienze sia nel mondo ultra macroscopico, come le stelle, i pianeti ed i loro satelliti sia nel modo microscopico delle particelle elementari, sia con massa che senza massa, dimostrano che al moto di traslazione viene sempre associato un moto di rotazione, costituiscono prove sperimentali dell'esistenza della forza rotazionale indotta, intuita per primo dal Dott. Giuseppe Cotellessa. 


I nucleoni, ovvero i protoni ed i neutroni, costituiscono il 99.9% della materia, mentre il restante 0.1% è dato dagli elettroni. E' consolidata l'idea che l'elettrone è una particella elementare senza una sottostruttura mentre i nucleoni sono essenzialmente formati da quark , particelle puntiformi senza struttura interna. Molte proprietà dei nucleoni si possono derivare combinando le caratteristiche dei quark componenti. Questo non accade per lo spin e ciò ha creato, per anni, forti dubbi nei fisici circa la validità del modello finora formulato per spiegare la struttura della materia. Ma cos'è lo spin ? Insieme a grandezze quali la carica elettrica o la massa, lo spin è una delle poche grandezze fondamentali che formano la “carta d'identità” delle particelle elementari. Al contrario delle prime, l'ultima è una grandezza puramente “quantistica” difficilmente rapportabile all'esperienza quotidiana ed indica che i mattoni fondamentali della materia hanno un “momento angolare intrinseco”. Se si vuole avere una interpretazione naive del momento angolare si può pensare che equivale ad una rotazione. La Terra, per esempio, ha un momento angolare orbitale dovuto alla sua rivoluzione intorno al Sole ed un momento angolare intrinseco dovuto alla rotazione intorno al proprio asse. Estendendo tale concetto dal macroscopico al microscopico, è come se tutte le particelle fossero delle mini trottole. Tutta la materia che conosciamo è formata da oggetti in rotazione. Il protone e tutti i suoi componenti possono essere schematizzati come tante piccole trottole.
La meccanica quantistica ci insegna però che lo spin può assumere solo determinati valori: interi (0, 1, 2, ...) o semi-interi (1/2, 3/2, ...). Questo non è un dato da poco perché determina il comportamento di una particella e quindi dell'intero Universo. Le particelle come i quark , quelle composte dai quark o gli elettroni hanno spin semi-intero e sono considerate i mattoni dell'Universo.
Le particelle come i fotoni o i gluoni hanno spin intero e sono i mediatori delle forze fondamentali. Di conseguenza, al contrario della massa o della carica elettrica, lo spin è la grandezza fisica che “specializza” il comportamento delle particelle.
La formulazione teorica dello spin è stata fatta negli anni '20 dal fisico austriaco Wolfgang Pauli, ma, come accennato in precedenza, la misura sperimentale dello spin ha riservato per anni incertezze dovute al fatto che lo spin totale di una particella non corrispondeva allo spin totale portato dai suoi costituenti elementari. Solo negli ultimi anni, grazie alle difficili misure di alta precisione dell'esperimento HERMES presso i laboratori DESY di Amburgo, in collaborazione con i fisici del laboratorio dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati , il complicato puzzle è stato risolto. Lo spin dei nucleoni è dato non solo dalla somma dello spin dei quark, ma da quello dei gluoni (particelle mediatrici che vengono scambiate tra i quark) e da tutte le particelle e anti-particelle, che quest'ultimi possono formare all'interno del nucleone, in un'incessante danza di evanescenti particelle in continua creazione e annichilazione.
Il puzzle dello spin è sulla via della completa risoluzione e così anche il modello delineato finora dai fisici per descrivere il comportamento della materia nell'Universo è salvo ... almeno per il momento.


Da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Spin

http://www.vivavoceonline.it/articoli.php?id_articolo=131



PROPOSTA DI UNIFICAZIONE DELLE FORZE DEL DOTT. GIUSEPPE COTELLESSA. ESSA SUPERA I LIMITI DELLA FISICA DI NEWTON E DI QUELLA DI EINSTEIN.

PROPOSTA DI UNIFICAZIONE DELLE FORZE GRAVITAZIONALI E ROTAZIONALE CON QUELLA ELETTRO  MAGNETICA DEL DOTT. GIUSEPPE COTELLESSA. ESSA SUPERA I  LIMITI DELLA FISICA DI NEWTON E DI QUELLA DI EINSTEIN.

Dott. Giuseppe Cotellessa
















A tutt'oggi sappiamo che nell'universo agiscono quattro tipi di forze : la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, la forza nucleare debole e la forza nucleare forte. 

- La forza gravitazionale è comune a tutta la materia : tutti i corpi materiali si attirano reciprocamente. 

- La forza elettromagnetica è prodotta dalle cariche elettriche : essa è sia attrattiva che repulsiva. 

- La forza nucleare debole agisce all'interno dei nuclei atomici : essa è responsabile della radioattività. 

- La forza nucleare forte agisce all'interno dei nuclei atomici : essa tiene assieme protoni e neutroni. 

La forza elettromagnetica e la forza nucleare debole sono in effetti due manifestazione della stessa forza : la forza elettrodebole. Tutti i fenomeni noti sono spiegabili in quanto manifestazioni di queste forze (o almeno dovrebbero). Lo sforzo attuale dei fisici è quello di unificare tutte le forze in una sola forza, cioè di dimostrare che tutte le forze presenti in natura, anche se appaiono diverse, in effetti sono manifestazioni di una sola forza. Il processo di unificazione è molto complesso e, nonostante le energie profuse, il traguardo è ancora lontano (se mai raggiungibile). E' anche probabile che nel tentativo di unificare le forze si scopra qualcosa che mette in crisi le conoscenze attuali e che costringa gli scienziati a rivedere, correggere ed ampliare le loro vedute. 

Nella storia della scienza ciò è avvenuto più volte : proprio nel momento in cui si pensava di avere spiegato ogni cosa e scritto teorie omnicomprensive e omniesplicative, una grande rivoluzione è avvenuta che ha radicalmente cambiato il nostro modo di spiegare il cosmo. Si pensi che alla fine dell'800 solo pochi fenomeni non si era ancora riusciti a spiegare con le teorie allora note. Fra questi l'effetto fotoelettrico e la inesplicabile elusività dell'etere dentro il quale le onde elettromagnetiche erano considerate propagarsi. Di fronte a questi pochi fenomeni inspiegabili, tantissimi altri erano perfettamente descritti e spiegati (entro i limiti di precisione degli strumenti scientifici di allora). La teorie della gravitazione universale di Newton descriveva estremamente bene i moti dei pianeti attorno al sole e la teoria dell'elettromagnetismo di Maxwell spiegava con grande precisione (per allora) tutti i fenomeni elettromagnetici noti. Il tentativo di fare rientrare nelle teorie note anche quegli "strani" fenomeni portò, invece, alla creazione della teoria della relatività e della meccanica quantistica che sconvolsero la nostra visione del cosmo. Pochi fenomeni anomali, che non stavano "alle regole", misero in crisi teorie che sembravano a prova di "bomba". Queste due teorie, purtroppo non conciliabili nei principi su cui si fondano e nella forma matematica con cui sono espresse, sono tuttora alla base delle teorie fisiche attuali e la loro incompatibilità (la prima spiega i fenomeni macroscopici, la seconda quelli microscopici) è il grande problema ancora irrisolto. Forse, nel tentativo di risolvere questa loro contraddizione, si dovrà creare una nuova teoria, completamente diversa dalle precedenti, che le contenga però come casi particolari, come casi limite, così come la teoria della relatività e la meccanica quantistica contengono le precedenti teorie di Newton e Maxwell come casi limite. 


Un tentativo interessante originale è quello viene proposto dal Dott. Giuseppe Cotellessa.

In modo sintetico esso può essere espresso matematicamente nel modo semplice seguente.

         
   1)    Ftotale = Ftraslazione  + Frotazione

dove


2)  Ftraslazione = mA + qE

3)   Frotazione = mvω + qvB

      4) A = d Φ(ωS)/dt 
    
      5) E = d Φ(BS)/dt 
    
      6) Ω = d Φ(AS)/dt

      7)  B = d Φ (ES)/dt

Dove:
            Ftotale = forza totale
          Ftraslazione = forza di traslazione
           Frotazione = forza di rotazione

         m = massa elementare di un corpo
          q = carica elementare di un corpo
          A = accelerazione meccanica
          E = campo elettrico
         B = campo magnetico
         ω = velocità angolare
         v = velocità tangenziale
        S = superficie chiusa

       Φ(ωS) = flusso della velocità angolare.
       Φ(BS) = flusso del campo magnetico.
       Φ(AS) = flusso dell’accelerazione di gravità

       Φ(ES) = flusso del campo elettrico

       d Φ(X)/dt derivata temporale del flusso X


Da:
http://www.fmboschetto.it/didattica/pdf/quattro_forze_fondamentali.pdf

martedì 28 marzo 2017

GENIO Italiano Giuseppe Cotellessa: GENIO Italiano Giuseppe Cotellessa: Staminali indo...

GENIO Italiano Giuseppe Cotellessa: GENIO Italiano Giuseppe Cotellessa: Staminali indo...: GENIO Italiano Giuseppe Cotellessa: Staminali indotte, usate per la prima volta per re... : Staminali indotte, usate per la prima volta per ...

A ogni organo il suo epigenoma / At each organ its epigenome.

A ogni organo il suo epigenomaAt each organ its epigenome.



Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Joseph Cotellessa.





Illustrazione della doppia elica del DNA: in futuro, sarà compito degli studi di epigenomica svelare in che modo i processi di regolazione dei geni possano essere sfruttati a fini terapeutici (© Sean Busher/Corbis)

Illustration of DNA double helix: in the future, will be the task of epigenomics studies reveal how the gene regulation processes can be exploited for therapeutic purposes (© Sean Busher / Corbis)

Realizzata la mappa più completa delle differenze dell'epigenoma, cioè l'insieme dei meccanismi di regolazione che consentono l'espressione dei geni utili, in 18 organi del corpo umano. Il risultato è una pietra miliare in un campo di ricerca che potrà avere importanti ricadute diagnostiche e terapeutiche.

Se il genoma è l'insieme delle istruzioni che consentono la costruzione e il funzionamento di un organismo vivente, l'epigenoma è l'insieme dei processi che consentono a queste istruzioni di essere lette nei tessuti giusti e nel momento opportuno, anche in risposta a stimoli che provengono dall'ambiente.

Dopo che il Progetto genoma ha fornito una mappa completa dei geni degli esseri umani, il primo grande traguardo nell'era dell'epigenomica è stato raggiunto da un gruppo di ricercatori del Salk Institute, negli Stati Uniti, che sulle pagine di "Nature" descrive la più completa mappatura dell'epigenoma realizzata finora, che illustra le differenze che caratterizzano 18 diversi organi.

In sostanza, anche se il genoma di un individuo è lo stesso di ogni cellula, gli epigenomi variano, perché sono strettamente legati ai geni che una cellula sta realmente usando in un dato momento. Il processo epigenetico fondamentale è la metilazione, che consiste nell'aggiunta di un gruppo chimico metile al gene da inattivare. La metilazione, per esempio, consente alle cellule del sangue di ignorare i geni richiesti per il funzionamento di una cellula epatica o di un neurone. In una stessa cellula, inoltre, la metilazione varia nel tempo in risposta all'età del soggetto, a ciò che mangia o alle condizioni climatiche che incontra.

Lo studio pubblicato su "Nature", condotto analizzando gli epigenomi di quattro individui, ha permesso di confermare queste diversità negli schemi di metilazione dovute alle specifiche necessità dei tessuti. Altri schemi invece erano del tutto inattesi. Di solito infatti la metilazione è a carico di sequenze di nucleotidi, le unità di base che costituiscono la catena del DNA, di tipo 
citosina-guanina (CG), mentre la metilazione non-CG si riteneva fosse limitata solo ad alcuni tessuti e alla fase embrionale. I risultati mostrano ora che quest'ultima metilazione è molto più diffusa.

"In passato questo tipo id metilazione era stata osservata nel cervello e nei muscoli scheletrici, nelle cellule germinali e in quelle staminali", ha spiegato Matthew Schultz, primo autore dello studio. "Averla rilveta in tessuti adulti normali è molto importate: può significare infatti la presenza di popolazioni di cellule staminali nei tessuti adulti".

Inoltre, molte regioni hanno una metilazione dinamica anche a carico di una sequenza di DNA denominata promoter e di alcune regioni di regolazione che sono vicine al promoter, in cui finora non era mai stata osservata.

"In passato, si riteneva che queste regioni fossero sequenze in cui non succede nulla", ha commentato Joseph R. Ecker, autore senior dello studio. "Ora abbiamo scoperto che i cambiamenti della metilazione più correlati alla trascrizione genica sono spesso nelle regioni a valle del promoter".

Un'altra sorpresa riguarda la differenza del livello di metilazione dell'intero genoma tra un organo e l'altro: il pancreas, per esempio, ha un livello di metilazione insolitamente basso, mentre il timo ha alti livelli di metilazione, anche se le ragioni di queste differenze sono sconosciute.

I risultati sono molto importanti per lo sviluppo della ricerca epigenomica, e gli scienziati sperano in interessanti ricadute diagnostiche e terapeutiche. "Le firme della metilazione sono così diverse tra un organo e un altro che possiamo determinare gli schemi di metilazione di un tessuto e sapere se appartiene a un muscolo o al pancreas", ha concludo Ecker. "In futuro, possiamo immaginare che una biopsia potrà caratterizzare non solo cellule e geni di un campione, ma anche il suo epigenoma".

ENGLISH

Made most complete map of the epigenome differences, ie the set of regulatory mechanisms that allow the expression of useful genes, in 18 of the human body. The result is a milestone in a field of research that can have important diagnostic and therapeutic implications.

If the genome is the set of instructions that allow the construction and operation of a living organism, the epigenome is the set of processes that allow these instructions to be read in the right fabric and the right time, also in response to stimuli from the environment.

After the Human Genome Project has provided a complete map of genes of human beings, the first major milestone in the era dell'epigenomica was joined by a group of researchers at the Salk Institute in the United States, which on "Nature" describes pages the most complete mapping epigenome made so far, which illustrates the differences that characterize 18 different organs.

In essence, although the genome of an individual is the same in every cell, the epigenomes vary, because they are closely linked to the genes that a cell is actually using at a given moment. The basic process is the epigenetic methylation, which involves adding a chemical group methyl to the gene to inactivate. Methylation, for example, allows the blood cells to ignore the genes required for the operation of a liver cell or a neuron. In a same cell, moreover, the methylation varies over time in response to the age of the subject, to what he eats or climatic conditions it encounters.

The study published in "Nature", conducted by analyzing the epigenomes of four individuals, allowed to confirm these differences in the methylation patterns due to the specific needs of the tissues. Other schemes, however, were totally unexpected. Usually fact methylation is charged for nucleotide sequences, the basic units that make up the DNA chain, type
cytosine-guanine (CG), while the non-CG methylation was believed to be only limited to a few tissues and embryonic stage. The results now show that methylation latter is much more widespread.

"In the past this type id methylation was observed in the brain and skeletal muscles, in germ cells and in those stem cells," explained Matthew Schultz, first author of the study. "Having her rilveta in normal adult tissues it is very important: it can mean the presence of populations of stem cells in adult tissues."

In addition, many regions have a methylation also dynamic load of a DNA sequence called the promoter and some regulatory regions that are close to the promoter, in which hitherto had never been observed.

"In the past, it was believed that these regions were sequences in which nothing happens," said Joseph R. Ecker, senior author of the study. "Now we have discovered that changes in methylation more related to gene transcription are often in a downstream of the promoter regions".

Another surprise regards the difference in the methylation of the whole genome level between an organ and the other: the pancreas, for example, has an unusually low level of methylation, while the thymus has high levels of methylation, although the reasons these differences are unknown.

The results are very important for the development of epigenomics research, and scientists hope to interesting diagnostic and therapeutic implications. "The methylation signatures are so different between an organ and another that we can determine the methylation patterns of a fabric and to know if it belongs to a muscle or pancreas," he conclude Ecker. "In the future, we can imagine that a biopsy will not only characterize cells and genes in a sample, but also its epigenome".

Da:
http://www.lescienze.it/news/2015/06/03/news/differenze_epigenoma_organi_umani-2633322/