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mercoledì 14 giugno 2017

Alzheimer battaglia su tre fronti / Alzheimer's battle on three fronts.

Alzheimer battaglia su tre fronti Alzheimer's battle on three fronts.


Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Giuseppe Cotellessa






LA RICERCA DI UNA cura contro l'Alzheimer, la più spaventosa delle demenze – 33 milioni di pazienti nel mondo – è costellata di fallimenti. Molecole promettenti ma che alla prova delle sperimentazioni cliniche non hanno funzionato, lasciando sospese le speranze di pazienti e famigliari e mandando in fumo milioni di euro in ricerca e sviluppo. Eppure anche i fallimenti insegnano: possono portare a ripensare le ipotesi o ad aggiustare il tiro, rivedendo la struttura delle sperimentazioni cliniche. Nel caso dell'Alzheimer, l'unica cosa su cui tutti i ricercatori sono d'accordo è che bisogna agire d'anticipo: «Il danno accumulato nel cervello, da ultimo la perdita di neuroni, è irreversibile: non possiamo immaginare di somministrare un farmaco, ancorché sperimentale, in una fase avanzata, la sfida è somministrarlo prima che le lesioni a livello neuronale si conclamino, così da sperare di ridurlo », spiega Sandro Iannaccone, del San Raffaele di Milano. Il suo è il primo centro in Europa per numero di pazienti reclutati per le sperimentazioni su aducanumab, un anticorpo monoclonale che bersaglia le placche di beta- amiloide, la proteina che si accumula nel cervello, danneggiando i neuroni, associata all'Alzheimer.
Di aducanumab si parla già da un po': i risultati di fase 1 – la fase della sperimentazione che serve a testare la sicurezza di un farmaco – erano stati così positivi da far saltare la molecola direttamente alla fase 3, quella più avanzata, attualmente in corso. I dati preliminari, come quelli mostrati di recente a Boston, nel corso del congresso annuale dell'American Academy of Neurology, mostrano che aducanumab riesce non solo a ridurre la quantità di depositi di beta-amiloide nel cervello, ma che la cosa si associa anche a un rallentamento nel degrado delle funzioni cognitive, come se la malattia frenasse. «Nelle sperimentazioni ora in corso vogliamo confermare questi primi risultati su grandi numeri – continua Iannaccone – gli studi coinvolgeranno circa 3000 persone con forme di Alzheimer molto precoci, in cui alterazioni cognitive, non gravi, si associano alla presenza di accumuli di beta-amiloide nel cervello».
I primi risultati potrebbero arrivare già il prossimo anno, ma prima del 2020 sarà difficile capire se davvero aducanumab potrà riuscire dove tanti composti, prima di lui, hanno fallito, mettendo in crisi anche la teoria stessa della beta-amiloide. Nell'attesa appare chiaro però che diversi sono i bersagli da colpire in chi soffre di Alzheimer, e che la caccia al farmaco non è l'unica strada da battere. Così, mentre alcuni medicinali in via di sperimentazione cercano di spazzar via i depositi di beta-amiloide nel cervello, altri prendono di mira target diversi, come la tau, una proteina che nell'Alzheimer si ammassa in grovigli tossici che danneggiano i neuroni. «Non sappiamo se e quali terapie arriveranno per prime, ma in ogni caso possiamo scommettere che il futuro del paziente con Alzheimer ne comprenderà più di una: quella sintomatica, la neurostimolazione elettrica e magnetica per promuovere la riparazione del cervello, i trattamenti che colpiscono le cause delle malattie, e la riabilitazione cognitiva, perché usare il cervello è la migliore strategia per mantenerlo vivo», ribadisce Iannaccone. Appare sempre più chiaro, infatti, che le persone che nel corso della loro vita hanno svolto attività più intellettuali resistono di più e si ammalano più tardi: è come se il loro cervello avesse messo da parte una sorta di riserva, in grado di tamponare i danni e alleggerire i sintomi al presentarsi della malattia. Anche l'attività fisica – promuovendo l'ossigenazione del sangue e migliorando la circolazione – aiuta a ritardare la progressione della patologia. Ma se la strategia è quella di giocare d'anticipo, servono strumenti per diagnosticare precocemente la malattia. Così uno studio presentato al congresso di Boston mostra per esempio come livelli della proteina tau siano più alti nella bocca dei pazienti con Alzheimer e potrebbero essere usati a supporto nelle diagnosi. Mentre una ricerca appena pubblicata su Jama Neurology mostra come grandi quantità di una proteina (la Nlf) nel sangue si associno ai diversi gradi di severità della malattia, aprendo la strada a un suo possibile utilizzo come biomarcatore.

ENGLISH

The search for a cure for Alzheimer's, the most frightening of the dementia - 33 million patients in the world - is plagued by failures. Promising molecules but at the trial of clinical trials did not work, leaving the hopes of patients and relatives suspended and sending millions of euros into research and development into smoke. But even failures teach: they can lead to rethinking the hypotheses or adjusting the shot by reviewing the structure of clinical trials. In the case of Alzheimer's, the only thing that all researchers agree is that action must be taken in advance: "The damage accumulated in the brain, ultimately the loss of neurons, is irreversible: we can not imagine giving a medication, even experimental, at an advanced stage, the challenge is to administer it before neuronal lesions sink, so hopefully reduce it, "says Sandro Iannaccone of San Raffaele of Milan. Its is the first center in Europe for the number of patients recruited for aducanumab, a monoclonal antibody targeting beta-amyloid plaques, protein accumulating in the brain, damaging neurons associated with Alzheimer's.
Aducanumab has been said for a while: phase 1 results - the phase of testing to test the safety of a drug - had been so positive that the molecule was blown directly into stage 3, the most advanced, currently in the course. Preliminary data, such as those recently shown in Boston at the annual Academy of Neurology Congress, show that aducanumab can not only reduce the amount of beta-amyloid deposits in the brain but that it also associates to a slowdown in the degradation of cognitive functions as if the disease was curbing. "In the ongoing trials we want to confirm these first results on large numbers - continues Iannaccone - studies will involve about 3,000 people with very early Alzheimer's disease, in which cognitive, non-serious alterations are associated with the presence of beta-amyloid accumulations in the brain".
Early results could come in next year, but before 2020 it will be difficult to see if aducanumab really succeeds where many compounds before it have failed, putting the beta-amyloid theory itself into crisis. In the expectation, however, it is clear that there are several targets to be hit by Alzheimer's, and that drug hunting is not the only way to beat. So while some experimental drugs are trying to sweep away beta-amyloid deposits in the brain, others target different targets, such as tau, a protein that in Alzheimer's falls into toxic tangles that damage neurons. "We do not know if and which therapies will come first, but in any case we can bet that the future of Alzheimer's patient will include more than one: the symptomatic, the electric and magnetic neurostimulation to promote brain repair, the treatments that affect the causes of illness, and cognitive rehabilitation, because using the brain is the best strategy to keep it alive, "says Iannaccone. It is becoming increasingly clear that people who have been doing more intellectual activities during their lifetime resist more and become ill later: it is as if their brains have set aside a sort of reserve that can buffer the damage and relieve the symptoms of the onset of the disease. Physical activity - by promoting blood oxygenation and improving circulation - helps to delay the progression of the disease. But if the strategy is to play in advance, they are tools for early diagnosis of the disease. Thus a study presented at the Boston conference shows for example how tau protein levels are higher in the mouth of Alzheimer patients and could be used to support the diagnosis. While a newly published research on Jama Neurology shows how large quantities of a protein (Nlf) in the blood come together to varying degrees of severity of the disease, paving the way for its possible use as a biomarker.

Da:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/06/13/alzheimer-battaglia-su-tre-fronti34.html?ref=search